Lunedì 12 settembre, intorno alle 15, è esplosa una fabbrica di fuochi d’artificio ad Arpino, in provincia di Frosinone. E’ stata l’ennesima strage di persone che erano impegnate nel loro lavoro: sei morti, ovvero il titolare dell’azienda, i due figli, due clienti ed un operaio.Uno scoppio violento e devastante, che ha raso al suolo l’edificio. Le cause del disastro sono ancora da stabilire, sempre che sarà possibile farlo. Verifiche ed accertamenti sono in corso, ma ovviamente ci vorrà molto molto tempo per capire cosa non ha funzionato.
Non è la prima volta che avvengono disgrazie in quest’azienda: nel 1994, in una sede dislocata in provincia de L’Aquila, vi furono cinque morti e un operaio sopravvissuto, ma rimasto sfigurato. Questo grave incidente ha fatto subito riesplodere le polemiche sulla sicurezza negli ambienti di lavoro, tasto decisamente dolente in Italia, dove spesso, per contenere i costi, si risparmia su aspetti che invece sono fondamentali.
Non vi è mai una fine a queste morti: il bilancio cresce continuamente. Nel 2008 fu creato, al fine di monitorare questo terribile fenomeno, l’Osservatorio Indipendente di Bologna, in ricordo dei sette lavoratori morti nel tremendo rogo della Thyssenkrupp a Torino. Crediamo ricorderete bene questa vicenda, anche perchè in merito fu emessa una sentenza storica: per la prima volta un Amministratore Delegato fu condannato per omicidio volontario, proprio per non aver adottato le necessarie misure di sicurezza nell’ambito dell’azienda in cui lui rivestiva il ruolo principale. Terribile negligenza, o meglio, lucida volontà di contenere i costi laddove non era proprio il caso. Scontato quindi che prima o poi ne avrebbe fatto le spese qualcuno. Ergo, condanna per omicidio VOLONTARIO. Non era mai accaduto prima.
Ciònonostante, l’Italia ancora oggi non si discosta da quella mentalità un po’ approssimativa per certi versi, ma soprattutto “furba” per altri, che fa sì che non si investa abbastanza sulla sicurezza, per massimizzare gli utili. E così, le vittime sul lavoro in Italia, da gennaio all’8 settembre di quest’anno sono 442, contro i 380 dello stesso periodo dell’anno scorso, pari ad un aumento del 14,1%. Cifra destinata ad aumentare con queste ulteriori sei vittime e con altre che, probabilmente vi sono state in questi ultimi giorni, ma che essendo persone “singole”, hanno fatto, ingiustamente, meno notizia.
Secondo le statistiche, le vittime sono soprattutto quarantenni e cinquantenni. Come se l’esperienza non fosse più sufficiente a evitare il pericolo. La Lombardia continua a detenere questo triste primato con 46 vittime. Solo nella provincia di Milano nei primi otto mesi del 2011 le “morti bianche” sono state undici; a Roma sette. In agricoltura ed edilizia avvengono ben il 60% di questi incidenti. Ma altrettanto preoccupante e significativa sta diventando anche la situazione nel commercio e nelle attività artigianali. Nonostante la crisi e la riduzione degli addetti e delle ore lavorate, gli infortuni mortali non solo non diminuiscono, ma al contrario aumentano. Oltretutto, quest’anno si è verificata una sorta di “inversione di tendenza”: se negli anni scorsi, le giornate di più alto rischio di infortunio grave e gravissimo erano il lunedì e il venerdì, i momenti più delicati per un lavoratore perché corrispondenti alla fine di una settimana di lavoro ed alla ripresa dopo il riposo, quando il livello di attenzione è più basso, quest’anno il picco degli infortuni è concentrato dal martedì al giovedì. Questi sono diventati i giorni neri della settimana, quelli in cui si rileva il 52% degli incidenti mortali. In Italia, la crisi generale e purtroppo l’assenza di controlli severi ed adeguati, di regole, stanno producendo una degenerazione nel sistema delle imprese: crescono a dismisura illegalità e irregolarità.
L’organizzazione e conseguentemente la qualità del lavoro vengono meno, così come la sicurezza. Il lavoratore è costretto a “correre”, si devono fare straordinari, magari pagati in nero, si deve finire il lavoro al più presto, perché un’impresa riesce a guadagnare solo se riduce i costi e massimizza lo sforzo. Si deve risparmiare, sempre e comunque e su tutto. Quindi non si investe per la sicurezza: la sicurezza è un costo, una voce di bilancio che si può ridurre al minimo.
Quante altre stragi dovranno avvenire prima che in Italia si radichi la cultura della sicurezza sul lavoro come valore irrinunciabile, imprescindibile per il benessere, anche economico, di un’azienda?
Fra quanti giorni racconteremo di altre vittime?



