Web 2.0, social media, facebook, google, grande fratello, sono termini che ogni giorno ci passano davanti agli occhi, il cui significato è impresso nella nostra memoria a breve termine. Ma siamo davvero così sicuri di aver compreso questo significato? La stragrande maggioranza degli utenti della rete non si rende conto che milioni di bit scorrono sotto le loro tastiere generando un’infinita serie di “algoritmi computazionali” (termine rubato all’amico @Jovanz74) che portano le nostre informazioni in posti che mai avremmo potuto sperare di raggiungere.
La realtà “social” inizia con l’avvento dei primi aggregtori di servizi per gli utenti di internet i quali, attraverso l’uso di una sola piattaforma, potevano accostarsi a notizie, chat, mail, profili complessi. Con l’avvento di Facebook tutte queste informazioni potevano quindi essere condivise attraverso una rete diversificata (e unificata) di altri utenti simili, nel profilo, nelle attività lavorative e negli interessi. L’epoca 2.0, epopea “social” prendeva piede e li dove la tanto amata “privacy” imponeva comportamenti più riservati, si faceva posto al fenomeno, seguendo una corrente tecnologicamente inarrestabile.
La tecnologia d’altro canto non fa altro che seguire le regole di mercato, adattandosi ovviamente alle esigenze del pubblico, o per meglio dire, obbligando il pubblico ad adattarsi alle esigenze del mercato globale. Ed ecco li il nuovo standard, come nel caso delle piattaforme dedicate all’utente social.
Apple produce iPhone, già pronto con una serie di applicazioni dedicate a Facebook, Twitter e quant’altro per la condivisione di contenuti, informazioni e media.
Da li a poco si impone anche il prodotto Google, su base OpenSource, immettendo sul mercato tablet, telefoni e smartphone Android.
Piattaforma Google Ready, il quale cerca di imporsi come nuovo standard comunicativo, mettendo a disposizione metodi di condivisione in real time, come Gooogle Wave, poi buzz, per finire con il più complesso prodotto Google Plus.
I più maligni potrebbero pensare che i due colossi non siano altro che un grande fratello (in stile Orwelliano per intenderci, senza alcun riferimento alla trasmissione TV) pronto a sbranare i nostri bit, mettendo le nostre vite direttamente nelle mani del mercato mondiale di internet.
Sarà vero?
La raccolta dei dati personali, delle vite dei comuni cittadini è iniziata molto tempo fa, quando alcuni governi, visti i forti numeri della rete, pensavano di usarla come arma a doppio taglio. Insinuarsi nella vita della gente, conoscerne le abitudini non faceva altro che essere parte di un piano congeniato per portare l’uomo medio sulla strada del consumismo.
Anni fa, qualcuno parlava di esponenzialità della rete, si vociferava che la rete sarebbe stato l’ultimo, unico, vero baluardo di libertà che l’uomo potesse sognare.
E’ davvero così?
Da fruitore medio del servizio da moltissimi anni, ho potuto constatare un’evoluzione costante, sia tecnologica che umana. L’umano in realtà si adatta al trend del momento, si adatta a quello che la moda passa, la tecnologia no. La tecnologia si evolve, la rete si evolve, la struttura della matrice cambia dinamicamente. Eppure in tutto questo fremito di dinamicità strutturale qualcosa rimane sempre uguale, sempre li. Una sorta di capanna virtuale nella quale fumare il calumet della pace, un punto di incontro che nel bene e nel male tutti raggiungono, un momento di stasi congetturale nel quale una serie di sistemi informatici e personalità reali si incontrano e scontrano per discutere.
Ma siamo sicuri che internet sia il bene?
Con il crescente uso della tecnologia a scapito della privacy stiamo assistendo all’annullamento di una serie di regole che controllavano la vita di tutti i giorni. Non è difficile incontrare ad ogni angolo di strada qualcuno che usa la fotocamera del proprio cellulare per immortalare momenti da condividere con gli amici attrvaerso la propria piattaforma preferita, così come non è difficile scoprire cosa abbia fatto il proprio vicino di casa la sera precedente in discoteca. Le utenze Facebook crescono esponenzialmente con numeri a tre zeri giorno per giorno, così come il “consumo” di banda aumenta, la vendita di smartphone. Tutto legato ad un insieme di fattori socio-economici non indifferenti.
Ed è così che ci vediamo dall’esterno.
Facendo una panoramica generale e generalista, gli utenti “social” sono persone ricche. Ricche di cultura, ricche di voglie, di interessi, passioni. E perchè no, ricche, economicamente stabili. Ne viene fuori un panorama sfalsato che tende a sembrare ben differente da quella che è la vera realtà delle cose.
- L’informazione 2.0 -
Internet, la “banda”, sono strumenti che servono a mettere in comunicazione milioni di utenze personali, ma il suo vero scopo è proprio quello del passaggio di informazioni.
Le notizie vengono divulgate alla velocità della luce, il passaggio stesso delle informazioni è velocizzato proprio dai social network (G+, Facebook, Twitter tra i più usati) facciata 2.0 di vecchi servizi quali chat IRC, mail, liste mail…
L’informazione viaggia quindi sul filo dei bit. Giornali on line, telegiornali, televisioni. Ma oggi, chi controlla l’informazione? Se siamo schedati attraverso social network e carte di credito o carte di debito, se siamo in banche dati di governi ombra…chi controlla l’informazione?
Quante volte abbiamo assistito alla chiusura di profili Facebook, quante volte abbiamo assistito alla censura di fonti informative che lasciavano trapelare notizie potenzialmente pericolose da non rivelare al popolo?
Su Twitter ad esempio, abbiamo visto e vissuto il caso Wikileaks.
Twitter è una piattaforma di microblogging, più spesso usata come chat a dire il vero, ma con la sua utilità, quella di seguire link e account di spessore, diffusione di contenuti. C’è la possibilità di dare visibilità ad un certo argomento semplicemente usando degli hashtag, che raccolti in gran numero portano un argomento in trend topic, ovvero tra gli argomenti più discussi. Ebbene, Twitter ha censurato Wikileaks. Ha censurato i milioni di tweet che abbiamo inviato, ignorandolo come argomento da Trend Topic e preferendo il tanto più forte Justin Bieber. L’argomento, affrontato poi attraverso una serie di strumenti ben più potenti di Twitter, ha portato quindi al concetto che c’è chi decide cosa debba interessare all’utente medio. La domanda da porsi quindi:
chi controlla l’informazione 2.0 e perchè?
Ovviamente la risposta non è affatto semplice, anzi spesso la risposta rimane celata.
Quando Facebook sospende gli account, quale tipo di policy segue?…
Siamo davvero sicuri di aver letto i termini e le condizioni di utilizzo?
Quando sento le parole “termini e condizioni di utilizzo” mi viene sempre in mente quella stragrande maggioranza di persone che acquistano un PC con sopra Windows.
In pratica acquistano dell’hardware con del software. Che non puoi certo utilizzare come vuoi. Ma questo è un altro discorso…
Tornando a Facebook.
La piattaforma offre un potente mezzo di condivione di immagini e video, mezzo che permette a chiunque di caricare foto, video amatoriali e chi più ne ha. Il problema sta proprio che nell’uso comune di questo strumento si da la possibilità alla piattaforma di acquisire la proprietà intellettuale di tali immagini o video. Decidere quindi che qualcosa di mio, attimi appartenenti alla mia intimità, condivisi con i miei familiari o amici possano diverntare “intellettualmente” di qualcuno, a me le fa girare oltremodo. E poi c’è il caso di @merlinox. La cui storia è possibile trovarla qui, il cui caso è davvero particolare. Il suo account Facebook sospeso per aver postato una foto che ritraeva grazie femminili (una patata in costume). Se il controllo di facebook non mi permette di postare la foto della patata della mia ipotetica fidanzata, chi mi dice che facebook non possa controllare il flusso di notizie che passano, magari filtrandole e/o cambiandole in base alle proprie esigenze?…
E qui si torna al discorso legato alla veridicità delle notizie…sociali.
Chi controlla il controllore?
Siamo arrivati quindi alla conclusione. La domanda posta è lecita, chi controlla il controllore?
Se Internet nasce come “posto” dove scambiare informazioni, servizi, ad oggi considerato un vero e proprio media, fiori dalle righe classiche, che interagisce con i vecchi sistemi di informazione creandone di nuovi, qualcuno ne sta acquisendo il controllo. Allora detto questo, chi effettivamente si occuperà di controllare che questa risorsa non violi i diritti di tutti?…
Ultimamente gli Stati stanno cercando di accaparrarsi il diritto di controllare COSA possa passare attraverso internet, con la scusa di combattere la pirateria informatica (ultimamente vista come una vera e propria piaga sociale, se non altro perchè toglie soldi alle grandi major della musica e della cinematografia) stanno mettendo a punto vere e proprie leggi crociata per distruggere una volta per tutte questa assenza di leggi e di barriere.
Se sono o saranno loro i controllori, chi controllerà il loro operato?….




Concordo su ogni punto. La net ormai è diventata un gigantesco grande fratello. Basti considerare che una delle prime azioni, se non la prima in assoluto svolta dall’utente medio che avvia la propria macchina è proprio quella di aprire il browser e catapultarsi sulla pagina del proprio profilo Facebook o Twitter e derivati. Forse le persone cambierebbero idea conoscendo i maggiori investors di Facebook ad esempio, o meglio ancora le notizie relative alla concessione di dati che Google e Facebook hanno gentilmente fatto ad enti di sicurezza governativa. Forse non siamo poi così tanto liberi come pensiamo di essere.
La libertà è un valore da acquisire.Col tempo.
Un pò come la cultura. Ovviamente sono valori che non possono essere concessi a tutti, e non è per razzismo, semmai è solo per effettiva capacità di comprenderne a pieno i contenuti.
Mi trovi d’accordo anche qui. In certi casi è come dare il mitra ad un bambino. Potrebbe farsi male, o fare del male agli altri.
Ne abbiamo parlato ieri sera.
Spesso a parole si è pronti a mangiare il mondo, nei fatti…alcune persone scederebbero in piazza.In macchina.
Penso uno dei migliori articoli letti negli ultimi mesi, forse il migliore. Poco da aggiungere. Perfetto!
Come ho scritto in un post di qualche giorno fa – passato molto in sordina – la mia grande paura è che ormai la gente ha assoluta necessità (dipendenza) dei social così e che il loro strapotere ormai non è più non tanto controllato, ma controllabile.
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Poco da aggiungere, articolo scritto perfettamente.
Credo che Internet sia la dipendenza del XXI° secolo. La cosa che mi sconvolge è quanto sia diventato necessario per alcune persone far sapere quanto più possibile di sè in questo modo, senza alcun rispetto per la propria privacy e talvolta per quella altrui.
Non sono sicura che il pensare che i propri dati possano essere trasmessi ad Enti Governativi possa costituire un deterrente all’inserire informazioni, anche sensibili, su di sè.
A volte questa forma di “esibizionismo” è più forte, proprio perchè vi è una sorta di dipendenza.